Profilo Spirituale


TRATTI CARATTERISTICI  DEL CAMMINO SPIRITUALE

Il cammino spirituale di Leopoldina attraverso alcune immagini che emergono dal suo diario (Memorie Secrete).
Clicca sui titoli qui sotto per leggere i testi.

Dal Cortile al Chiostro

A quindici anni Leopoldina Naudet aveva sentito chiara la chiamata di Dio: « Tu non sei fatta per il mondo, ma ti voglio io tutta intiera ». Da allora la sua vita fu continua ascesa.
Una biografia non comune la sua, espressa nel titolo: Dalla corte al chiostro. Priva di genitori fin dalla tenera età, fu condotta dalle circostanze e dalle esigenze di educazione prima e di servizio poi, a vivere oltre che a Firenze (dove il padre era a servizio dell’arciduca Leopoldo), in Francia, a Vienna e Praga (città imperiali, dove Leopoldina e la sorella Luisa furono al seguito dell’arciduchessa Marianna) e poi di nuovo in Italia, a Roma, Padova, Verona.
Educata presso vari Istituti religiosi, poté vivere preziose esperienze di formazione, si familiarizzò con quella vita, sentendone insistentemente il desiderio; le attrattive di una corte imperiale, la soppressione dell’Istituto delle Dilette nelle quali parve aver trovato la sua via, le difficoltà per avere finalmente un suo nido… non scalfirono mai la sua decisione per il Signore. La sua vita spirituale è cammino fatto di umiltà, fiducia, abbandono: « Voi Signore siate la mia forza, il mio sostegno ».
Ne è sintesi felice il motto che le era familiare e che poneva all’inizio dei suoi scritti: « Dio solo ». Da questa ricerca totale e costante di Dio si sviluppano i lineamenti spirituali della sua vita. Rimase sempre fedele al suo ideale. La sua forza è nelle parole che più volte il Signore le ha fatto risuonare in cuore: « Da te voglio la più alta perfezione, non essendo possibile altrimenti di non fare abuso delle mie grazie, giacché queste sono state infinite ».
Per questo non ha dubbi, e ripete: « Il Signore mi vuole santa. Dunque voglio essere santa ».
Eletta superiora di un Istituto nascente a 27 anni, si trova in prima persona in mezzo alla tempesta. Seppe mantenersi serena, decisa e continuare in piena fedeltà. Sostenne le consorelle incerte e proseguì con il resto delle Dilette la sua vita di consacrazione a Dio. Invitata, accettò di convivere, temporaneamente, con l’incipiente Istituto della Canossa, attendendo per sé il segno e l’ora di Dio, aggrappandosi con fiducioso abbandono a colui che attraverso le prove la purificava e maturava.
Come fondatrice ebbe modo di riferirsi a molte sagge persone di chiesa perché l’aiutassero a conoscere ed a seguire la volontà di Dio, ma si mosse sempre tutto vagliando nella sua riflessione interiore, alla luce dello Spirito, nella chiarezza che sentiva di aver ricevuto in dono. « Ho una certa compiacenza della chiarezza con la quale mi pare di vedere le cose, e della giustezza che sento avere nel giudicarle. Ma questo amor proprio mi tiene molto bassa, perché ho timore che, in punizione del piacere che provo nell’occasione, il Signore mi tolga questo dono, che so venire da lui ».

A vele spiegate

La prima pagina che apre le Memorie del 1812 (gennaio) è tutta dedicata all’azione del Signore che Leopoldina avverte con gioia, disponibilità e riconoscenza: « Mi presenta innanzi agli occhi tutto quello che egli opera e internamente mi stimola con questo a fare per lui. Mi pressa, per così dire, di non perdere tempo […]: Domine, quid me vis facere? E aggiungo: Doce me facere voluntatem tuam quia Deus meus es tu ». Le meraviglie che Dio sta operando sono per Leopoldina motivo di “somma facilità” e “soavità”: « Questo mese si passò per me con molte grazie continue del Signore, seguitandomi quasi ogni momento il sentimento della sua intima presenza, e aiutandomi in ogni operazione, ove realmente mi sembrava che Egli tutto facesse in me, e che io non avessi altro da fare che secondare le sue operazioni e seguirle […].
Dovevo fare uno sforzo per occuparmi in altre cose, e parlare, sembrandomi tenebre e oscurità tutto quello che mi contornava, in paragone di quella luce che solo con qualche raggio si faceva a me conoscere » È il giovedì santo, il pensiero della Messa e della comunione prende Leopoldina che si sente come tirata nel Cenacolo, e vive l’esperienza profonda dell’attrattiva del Signore e dello spossessarsi di sé, fino a reagire, distraendosi, per essere presente a se stessa: « Fui tirata in ispirito nel cenacolo, e nella contemplazione di quanto ivi passò mi sentii con somma dolcezza, ma fortemente, tirar fuori di me stessa; ma nell’atto che interiormente mi abbandonavo e cedevo alla forza e dolcezza di questa attrattiva, sentendo che si comunicava ancora al corpo, che cominciavo a non più sentirmi, mi distrassi… ».
« Sentivo che operava in me ed io mi sentivo di slargare il mio cuore alle sue operazioni, e non limitarle […].
Ed in questi sentimenti di fiducia, con ogni confidenza nel Signore, gli dicevo: “Io non sono buona a niente, ma voi ed io faremo delle gran cose” ». Nel marzo del 1813 Leopoldina entra in esercizi spirituali, “priva d’aiuto”, ma non priva delle amorose premure del Signore che le dilatano il cuore, comunicandole ferma fiducia e speranza.
Dopo l’Ave Maria si mette in orazione; ed ecco il venire del Signore: « ll Signore mi fece abbandonare tutta nelle di Lui mani, e mi attrasse tutta a Lui di modo che non potevo fare altro che amare e godere, sentendo che Egli possedeva tutta me stessa, e mi teneva strettamente unita a Lui ».

A forza di remi

« Desideravo molto di servire Iddio a mie spese, ma vedevo che con tutto ciò era sempre alle sue che lo facevo: conoscendo chiaramente che questi desideri e questa volontà veniva da Lui, essendo io incapace di averli ».
Siamo a febbraio; Leopoldina scrive: « Provai in questo mese dell’aridità nell’orazione, ma alcuni effetti mi rimaser di quel sentimento così vivo che provai quasi tutto il mese passato; con il ricordo di questo mi aiutai, e mi sembrava che il Signore, non facendomi più navigare senza fatica colle vele, mi prestava però lui i remi, dandomi desideri anche e piacere di poter operare per lui in un tempo ove non provavo quella solita consolazione ».

La spugna

Leopoldina fu gratificata da Dio di doni mistici. Ne fanno fede le sue Memorie secrete e le sue lettere al direttore. Lo Spirito opera continuamente nel suo animo fino a farla esclamare: « Sembrami essere ingolfata e persa tutta nel Signore, non faccio altro che ricevere e amare ». Con semplicità e chiarezza va notando l’esperienza della presenza dello Spirito, le grazie di unione che riceve, gli inviti costanti di Gesù, le assicurazioni sulla sua vita e sull’Istituto.
Tutto questo si manifesta nell’incontro con il Signore e nutre il suo spirito di orazione: « Nell’orazione di questo giorno (3 marzo 1812) mi sentii immersa in Dio con desiderio del suo santo Spirito, e di essere talmente imbevuta da questo che ogni mia azione, ogni pensiero, ogni parola, fosse da questo diretto, e mi sembrava essere come una spugna tutta ripiena di questo Spirito, e dimandai al Signore che mi desse aiuto, acciò, dopo l’orazione, si conservasse in me l’effetto di quanto allora Egli mi dava di sentire ».
La sua preghiera è pressoché ininterrotta: « Non perdo mai di vista Iddio e la forza e la grazia che comunica fidandosi solo di Lui ».
Con la comunità, da sola, nella stanza, davanti a Gesù eucaristico, di giorno, di notte; si sente sempre posseduta dallo Spirito, alla divina presenza: « Trattenersi con il suo Dio era la sua felicità ».
L’esperienza che si ripete e che ha anche dei forti riflessi sul fisico (palpitazione frequente, impedimento al respiro, calore, che si rinnovano al solo pensiero, anche dopo l’orazione) viene espressa in modo incisivo così: « Mi sentivo non più unita, ma come ingolfata in Dio e non potevo fare altro che amare e godere ».
Questi “desideri”, “brame di continuo amare”, “ardere” di questo amore, segnano periodi prolungati della vita di Leopoldina, occupandola e penetrandola tutta.
È quanto annota alla fine del mese di Luglio del 1812, ma che riscontriamo, nei mesi precedenti e seguenti, senza interruzione.


La Siepe

Egli voleva essere il Centro, il principio di tutto, aveva fatto capire il Signore a Leopoldina nel momento in cui la invitava ad affidarsi alla guida del Bertoni. L’ispirazione divina si esplicita ancora: « Il giorno dopo il Signore mi fece anche conoscere che per custodire quel Centro ove Egli abita dentro all’anima mia, conveniva mettervi una siepe.
Sembravami, al nome, che dovesse significare mortificazione. E, siccome la mia salute non mi permette farne, vi facevo qualche riflesso. Ma conosco che il Signore non dimanda da me penitenze, ma piuttosto custodia. Ciò che non si può fare che per mezzo delle virtù, le quali possono custodire quella carità, che il Signore ha messo nell’anima ».
Colui che resta Centro del cuore di Leopoldina sa rendere strumento fedele ed in piena sintonia la guida del suo ministro. Il Bertoni si trovava in sintonia con quell’ispirazione: parlando ai fedeli ancora da giovane prete confessava che il pensiero dell’inabitazione divina gli si era fissato nella mente da tempo immemorabile e che gli era poi sempre durato con grande costanza al fine di poterlo comunicare agli altri.
Ecco il riscontro quasi immediato della direzione spirituale: « Alcuni giorni dopo, essendomi stato dato per l’esame particolare il considerarci sempre alla presenza di Dio, e fare quello che si conosce essere di suo piacimento, conobbi, col cominciare a praticarlo, che sarebbe quella siepe che esternamente può custodire quel Centro ». Il sentimento della presenza di Dio è, per gli autori spirituali, caratteristica fondamentale dell’unione mistica, questo contribuisce grandemente ad introdurre e custodire nella contemplazione.
La custodia si accompagna alla profondità, alla solitudine interna: « Mi sentii chiamata ad una grande solitudine interna ».
Nell’ottobre del 1812 il Signore la porta a capire con più profondità l’invito: « Pensa solo a me ed io penserò a te e per te »; così vediamo tornare frequente il riferimento all’“interna solitudine” che la porta « ad escludere ogni pensiero », rendendola « abbandonata con una maggior fiducia in Dio », fiducia ed abbandono che, aggiunge Madre Leopoldina, « mi riesce sommamente felice e gustosa ».

Le mistiche nozze

Leopoldina ha vissuto intensamente la comunione con lo sposo divino, il Signore Gesù. Al di là dei testi espliciti, che si possono riscontrare frequentemente, tutta la spiritualità porta verso questa presenza ed intimità.
Credo che uno dei passaggi significativi siano gli esercizi spirituali del marzo 1813, che ho già ricordato. Leopoldina li compie da sola, ma avvertendo chiaramente una voce: « Io sarò quello che ti aiuterò e ne proverai grandi beni […] l’amore è quel mezzo col quale il Signore vuole fare tutto in me ». Glielo aveva come anticipato S. Gaspare: « Non tema Vostra Signoria, […] ella non deve scordare l’onore che a Lei ha fatto Sua Divina Maestà di ammettere l’anima sua a trattati e promesse di nozze […] non dia luogo che all’amore, e si offerisca liberalmente all’amore, ch’è a dire prontissima a fare quanto Ella conoscesse piacere a Dio, e non per timore, ma principalmente per amore ». Più avanti, dopo che la meditazione ignaziana dei due stendardi ha acceso in lei il desiderio di seguire Cristo e di portare a lui tante anime, annota: « Nella comunione il Signore mi dilatò sempre più il cuore a seguirlo per la via dell’amore ».
Su queste vie di amoroso abbandono, di intimità sponsale, la incoraggiava San Gaspare; da notare il rapporto delineato tra carità ed ordine, quale armonioso compimento del progetto divino che è anche bellezza, motivo familiare al Bertoni: « Ecco la scuola, ecco il Maestro, che ci addita la S. Scrittura: Introduxit me rex in cellam vinariam: ordinavit me in caritatem [Mi ha introdotto nella cella del vino e il suo vessillo su di me è amore, Ct 2,4]. Bisogna lasciarsi ben introdurre da questo re che ci chiama, ci invita, ci aspetta affinché entriamo nella cantina del suo amore con quelle parole bellissime: Audi, filia, et vide et inclina aurem tuam, et obliviscere populum tuum et domum patris tui, et concupiscet rex decorem tuum [Ascolta figlia, guarda, porgi l’orecchio, dimentica il tuo popolo e la casa di tuo padre; al re piacerà la tua bellezza, Sal 44,11-12].
Quivi giunta l’anima per sua gran sorte la inebria del vino della sua carità. Questo vino prezioso rallegra, fortifica, trasporta l’anima fuori di sé e, unendola con Dio, la ordina perfettissimamente: Ordinavit me in caritatem… ».

L'opera del Signore

Durante gli Esercizi spirituali del 1813, Leopoldina sta meditando sul fine della religiosa, ammirando la misericordia di Dio che non solo l’ha chiamata ad essere religiosa, ma l’ha scelta per un’ impresa così grande com’è quella che ha messo nelle sue mani. Al termine appena adoperato, chiamata, un secondo se ne aggiunge: « Mi chiamò a Lui [è la sua vocazione] e mi disse: “Voglio stabilire un’Opera, un istituto nel quale voglio essere servito con perfezione, a quest’impresa voglio te per esterno aiuto, io farò tutto, tu guarda solo a me, per muoverti a norma dei miei voleri”.
Mi fermai nella considerazione di questa scelta […] mi dolsi della malcorrispondenza usata […]. Presi anche una somma fiducia in Lui […] essendo affare suo, nel quale io sono semplicemente agente, che deve stare pronto ad eseguire soltanto gli ordini del suo padrone ».
Il 6 dicembre 1811, presa sempre dal pensiero per l’istituto, lo vuole grande solo agli occhi di Dio; si annota: « Il Signore mi dette altresì desideri di stabilire il tutto con profonde radici di umiltà, e mi parve che a questi si aggiungesse una vista intellettuale della profondità dell’umiltà, sopra la quale doveva piantarsi un edificio così grande come quello dell’Istituto, il quale bramai con sommo ardore che fosse grande davanti a Dio, e piccolo quanto sarà possibile agli occhi degli uomini ». È interessante vedere il rilievo decisivo che ha la vocazione di fondatrice nel cammino spirituale di Leopoldina. È qualcosa di acquisito, di cui si attendono le forme di attuazione, custodito nella discrezione e nascosto perfino quando il disvelarlo avrebbe significato impedimento insuperabile.
L’Opera del Signore è come il nome che accompagna Leopoldina « Circa l’Istituto mi dette sentimenti di gran fiducia in Lui, particolarmente una mattina nell’accostarmi alla S. Comunione, mi parve che egli mi dicesse che tale deve essere la mia fiducia in Lui sopra questo, che anche nelle occasioni, ove mi sembrerebbe non poter vincere gli ostacoli, dovevo sperare che egli fosse per operare anche miracoli e non dovesse mai venire meno la mia fede ». La confidenza e fiducia nel Signore genera, come lei stessa si affretta ad aggiungere: « Un vero sentimento di cognizione di me stessa, della mia miseria e incapacità […]. Il Signore mi dette nell’orazione un particolare fervore circa l’Istituto, desideravo moltissimo che si stabilisca, e tutto con vero desiderio di procurare la gloria di Dio con questo […]. Da questo lume cavai sempre maggior fiducia in Dio, che Egli sarebbe per darmi in tempo opportuno tutti i mezzi e lumi necessari per questa impresa, senza che io abbia a prevenire i momenti ». Anche l’impegno per la cura delle sorelle viene sostenuto dalla fiducia e dalla certezza del volere del Signore: che « mi fece anche conoscere quanto a lui piaceva che io mi occupassi delle mie compagne, giacché quelle poche volte che io lo feci, sembrava accrescere in me il fervore e darmi maggior cognizione della perfezione colla quale egli vuole essere servito in questo Istituto ».
Questo, scrive Leopoldina, fino a sentire « il mio cuore slargarsi verso il Signore », nella certezza, afferma, « delle misericordie che vuole compartire a questo Istituto, e quante cose Egli farà succedere, per le quali avrò sempre nuovi argomenti di ammirare e lodare la sua infinita bontà ».
L’amore verso il prossimo è il termine della sua carità apostolica e lo scopo dell’Istituto da lei fondato. Brama il bene spirituale delle sorelle a Dio consacrate: « Vorrei che fossimo tutte sante », scrive al Paccanari, 14 gennaio 1800; insieme ad esse si dedica alla formazione cristiana delle fanciulle e all’approfondimento della fede del popolo di Dio mediante le istruzioni, gli esercizi spirituali e la catechesi parrocchiale.

La Sacra Famiglia

Inscindibile dall’Opera è la devozione alla S. Famiglia, Gesù, Maria e Giuseppe, i veri fondatori del suo Istituto. Parlando della sua meditazione sopra la vita privata di Gesù Cristo, degli esercizi del 1813, Madre Leopoldina scrive: « Sentii gran desiderio che le virtù da lui praticate fossero quelle stesse che si esercitassero nel nostro Istituto e che la nostra vita fosse una vera imitazione di quella di Gesù Cristo […]. Mi consolò il pensare che il Signore volesse una perfezione così grande in questo Istituto ». Qualche giorno dopo il pensiero continua: « Mi vennero alcuni pensieri sopra l’Istituto. Mi parve che questo fosse in tutto conforme alla vita di Gesù Cristo anche nella vita pubblica e nella preparazione a questa, prendendo la pratica delle virtù e il ritiro e orazioni, insomma tutto ».
Nel 1815, nel mese di marzo, troviamo il maturare del progetto, già da anni delineato, sull’Opera: « Nell’orazione, pensando alla divozione che il Signore mi ha dato al glorioso S. Giuseppe e alle grazie che per mezzo di questo santo mi ha fatte, mi sovvennero queste parole: “Nos fundavimus Societatem Jesu” e mi parve che l’avermi il Signore dato divozione alla Sacra Famiglia fosse caparra di voler Egli, anche con questo mezzo, fondare la Società che mi ha messo in cuore di zelare ».

Nella Volontà di Dio

La brama di conoscere e compiere in tutto la volontà di Dio è uno dei tratti fondamentali della spiritualità di Leopoldina, frutto dell’amore e dell’abbandono, del fidarsi di Lui. Quante volte ritorna nelle pagine delle Memorie, questo fidarsi! Il 2 Febbraio 1811, giorno della presentazione di Gesù, sente l’ispirazione di imitare Maria e Giuseppe, di offrire tutte le consolazioni sensibili o interne che le dà il possesso di Gesù, ma si sente contemporaneamente come frenata in questo.
« Ma il Signore, il quale è di tanta bontà e misericordia con me, che mi appiana le cose subito, mi ricordò che Maria Santissima lo ricomprò con cinque sicli: dunque potevo ricomprare questa offerta col sottomettermi alla sua santissima volontà, per mezzo della quale venivo a ricomprarlo, atteso che questo era l’usare me, in ogni momento, tutto quello che a lui potesse unirmi maggiormente. E ciò mi rese contenta e dispostissima al sacrifizio o offerta ». Il 10 dicembre 1812 è improvvisamente presa dal timore che « una persona alla quale il Signore dette premura e impegno per l’Opera che mi ha messo per le mani, e che mi era di grande aiuto, ora non avrebbe più questa, essendo occupato in altre cose. Ma il Signore mi fece la grazia di superare il dispiacere che questo pensiero mi dava, col riflettere che Egli aveva dato a questa persona tal premura e impegno che, venendo dunque da lui, dovevo stare quieta. Pensai ancora che questa essendo occupata in cose di rilievo di gloria di Dio, dovevo goderne, scordando me stessa per pensare solo a questa […].
Il Signore mi dette un gran desiderio di mirare soltanto alla di Lui gloria, e di procurarla con tutte le mie forze. Nell’orazione provai gran desiderio di uniformarmi in tutte le cose alla divina volontà ».
Nel gennaio 1813 scrive: « Presentandomi una volta al Signore nell’orazione, con desiderio di conoscere la sua santissima volontà, circa il fare un passo che riguardava un affare, Egli mi tirò a sé e parve mi dicesse: « che devo vivere di spirito e spiritualizzare ogni cosa, di modo che tutto quello che cade sotto i sensi non ne devo fare nessun conto, e innalzandomi sopra tutto, stare talmente in Lui, fidata nella sua infinita misericordia e bontà che da questa non mi devo rimuovere per qualunque cosa succeda quaggiù ».

Abbandono in Dio

Lo spirito di abbandono filiale in Dio ha caratterizzato tutta la vita di Madre Leopoldina, le sue scelte, le sue rinunce, le sue delusioni sia personali che nei riguardi dell’Istituto. Nel 1820, dopo quindici mesi di continuo disturbo, che le ha procurato l’irremovibile decisione del Bertoni di sospendere la sua direzione spirituale, la Madre annota: « Sul finire della novena del gloriosissimo S. Ignazio, parvemi sentire che doveva far un atto di abbandono in Dio, e di fiducia nell’amorevole e paterna protezione di Dio, della quale provai tante volte gli effetti anche in modo mirabile ed inaspettato ». Siamo nella sua piena maturità spirituale quando compie questo atto di abbandono, senza voto, senza obbligo di peccato, ma solo « spinta dall’amore verso il mio Dio ». Si rifà alla spiritualità di Ignazio di Loiola, di cui Leopoldina era profondamente nutrita, ed esprime, al di là del testo intenso da lei steso, l’originalità del proprio dialogo con il Signore Gesù.
Il testo scritto, ne è testimone anche la carta sciupata, lo porterà sul cuore, come ricordo e come impegno di quell’incessante anelito che traduce il senso della sua vita, il suo abbandonarsi fiducioso all’infinita Bontà. San Gaspare Bertoni, che accompagnò così da vicino e per tanti anni Madre Leopoldina, diceva alla sorella Luisa: « Sua sorella è un vaso cospicuo delle grazie più particolari »; ed alle Sorelle della Sacra Famiglia, che ne piangevano la morte, descriveva Leopoldina come « una di quelle anime non ordinarie, che il conservarle in vita è una grazia molto grande che Iddio Nostro Signore fa, non ristretta soltanto a quei pochi con cui convivono, ma sibbene alla moltitudine per cui vivono ».
Leopoldina continua a vivere, e trasmette come eredità preziosa il suo spirito, dono che si fa presente nel cammino delle sue figlie, per la moltitudine di coloro che ne condividono le ricchezze spirituali.


bertoniLA GUIDA SPIRITUALE - SAN GASPARE BERTONI

San Gaspare Bertoni è senza ombra di dubbio la persona che più di ogni altra, esercitò una presenza fondamentale nella storia di Leopoldina. C’era una profonda affinità spirituale tra i due e la comune matrice ignaziana li predisponeva ad una intesa forse unica. Don Gaspare fu confessore delle donne che avevano seguito Santa Maddalena di Canossa e Leopoldina nel convento di San Giuseppe. Leopoldina lo scelse poi come suo direttore spirituale: un direttore d’eccezione per una donna d’eccezione. Oltre a guidarla nella sua vita interiore, don Gaspare spesso la consigliava anche riguardo alla sua vocazione e alla decisione di fondare un istituto dedicato alla Sacra Famiglia. A lui Leopoldina si è spesso rivolta nel periodo di stesura delle costituzioni dell’istituto. La direzione spirituale continuò anche in seguito al trasferimento di Leopoldina e delle sue compagne al convento delle Terese, ma ad un certo punto, per volontà del Bertoni, cessò definitivamente.

Per approfondire la relazione vedere “L’altra anima del Bertoni” uno studio proposto in occasione del 175° di fondazione dei padri Stimmatini

 

 

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